Nel ghetto al fianco degli “invisibili”

INTERVISTA A SUOR PAOLA PALMIERI SULLA SUA BATTAGLIA CONTRO IL “CAPORALATO”, andata in onda nella trasmissione “Incontri dello Spirito” di RadioRai Fvg a cura di don Paolo Iannaccone

Giugno 2017: la Cooperativa Valle del Marro, che coltiva terreni confiscati alla ‘ndrangheta nella Piana di Gioia Tauro, un luogo simbolico per le cosche, subisce l’ennesimo grave sabotaggio: vengono rubate 170 piante di kiwi mentre viene messa a fuoco una ventina di ulivi secolari.

Giugno 2018: Soumayla Sacko, 29 anni, maliano con regolare permesso di soggiorno, viene barbaramente ucciso da una fucilata a San Calogero, in Calabria, mentre con due connazionali raccoglie lamiere in una fabbrica dismessa nel Vibonese. Secondo il fact checking proposto dall’Associazione “Carta di Roma”, in attesa di riscontri e di maggiori informazioni sulla vicenda, «si tratterebbe dell’omicidio di un sindacalista – e il tentato omicidio di altri due uomini – in una ex fabbrica abbandonata piena di rifiuti tossici». Soumayla Sacko, infatti, era attivo come sindacalista, impegnato a difendere braccianti suoi compagni, trattati come schiavi, pagati dai “caporali” due euro l’ora per raccogliere agrumi a nero nella piana di Gioia Tauro.

Caporalato e rifiuti tossici sembrerebbero avere un comune denominatore nella criminalità organizzata. In attesa che si svolgano adeguate indagini e vengano individuati i responsabili di tale omicidio, ci sentiamo di proporre ai nostri lettori un punto di vista diverso su uno dei drammi richiamati da questi fatti di cronaca: il caporalato.

Per questo siamo oggi in provincia di Foggia, nella valle dell’Ofanto sulle alture che delimitano il Basso Tavoliere delle Puglie. È terra della diocesi di Cerignola-Ascoli Satriano, nel Comune di Cerignola, solo 60.000 abitanti per essere in Italia – dopo Roma e Ravenna – il terzo Comune per estensione: siamo infatti a ridosso dei bacini dei fiumi Ofanto e Carapelle e tra le campagne di un territorio tra i più vasti – sono 600 kmq – e fertili della Puglia.

Ed è anche in questi campi che si consuma il dramma di altri – sono circa 800 – lavoratori sottopagati e sfruttati, costretti a lavorare fino a dieci ore sotto il sole per delle misere paghe.

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foto tratta da CerignolaViva

Da poco più di un lustro se ne sta occupando una suora con volontari ed operatori. Si tratta di suor Paola Palmieri, Figlia della Carità, una consacrata che sta giocando la sua vita al fianco dei tanti migranti che la chiamano affettuosamente “Mamma Africa” per la sua presenza costante e materna accanto a ciascuno di loro. L’abbiamo intervistata.

 

Al di là di quello che abbiamo potuto brevemente descrivere, aiutaci ad entrare meglio in questo territorio. Innanzitutto la terra è molto feconda. Che tipologia di coltivazioni abbiamo?

La tipologia di coltivazioni è varia a seconda del susseguirsi delle stagioni, cominciando dalle verdure (broccoli, finocchi,…) per arrivare al grano, alla raccolta delle olive, della frutta (fragole, ciliege, angurie,…), delle cipolle, dei pomodori… di tutto e di più!

Quindi una terra che non si risparmia.

Assolutamente no. La popolazione vive in maggioranza dell’agricoltura; a differenza di altri territori a prevalenza industriale, qui tutto è basato sull’agricoltura.

A Cerignola in pochi chilometri sono racchiuse due realtà stridenti: da una parte quella che potremmo chiamare la “Cerignola bene”, dall’atra il ghetto Tre Titoli, l’una realtà che fino a poco tempo fa non conosceva l’altra…

Proprio così. Borgo Tre Titoli dista da Cerignola circa quindici chilometri; la popolazione che vive in quel Borgo sono gli “invisibili”. Noi da circa due anni abbiamo dato visibilità a questa realtà facendo cadere i muri dell’indifferenza e delle paure, e cercando anche di proporre delle iniziative perché anche il popolo di Cerignola potesse entrare in questa terra. Che non fa paura – tutt’altro –, è una terra che ci fa uscire dal nostro perbenismo cristiano per saperci sporcare le mani con i poveri che vivono questa durissima realtà.

Io in prima persona lo posso dire, perché il mio quotidiano è lì accanto a questi fratelli.

Il fondatore delle Figlie della Carità, san Vincenzo de’ Paoli, affermava: “I poveri io li ho visti e, una volta che li ho visti, mi tormentano e sono il peso del mio tormento”. Tu da molti anni sei in prima linea per salvaguardare i diritti dei più deboli e hai iniziato una battaglia al fianco del popolo degli “invisibili”.

Lo affermo anch’io e faccio mie le parole del fondatore della mia Congregazione: “I poveri sono il peso del mio tormento”. Ho iniziato il mio servizio di serva dei poveri in mezzo a loro, dove c’è una grande situazione di disagio: non ci sono bagni, non c’è luce, spesso non c’è acqua, in quanto perché essa arrivi a volte passano settimane, però vi posso affermare che ho colto nel volto di questi fratelli la serenità e dalla loro bocca non ho mai sentito uscire un lamento, ma semplicemente, quando mi vedono, “Dio ti benedica”, “Dio ti dia la forza”, “Dio ti dia lunga vita”.

Hanno tanto da insegnare a noi, noi che viviamo nel benessere, tra le sicurezze, e non siamo mai contenti. Invece loro sanno ringraziare il Signore per tutto. Questa è una scuola! Faccio mie anche queste altre parole di san Vincenzo: “I poveri ci evangelizzano” e quelle che diceva alla piccola suora dei poveri: “Giovanna, ti accorgerai ben presto che la Carità è pesante da portare, più della pentola della minestra, più del paniere pieno… ma conserverai sempre la tua dolcezza e il tuo sorriso… non è tutto dare il brodo e il pane; questo anche i ricchi possono farlo… Tu devi essere la piccola serva dei Poveri, la Figlia della Carità sempre sorridente e di buon umore. I poveri sono i tuoi padroni! Dei padroni terribilmente suscettibili ed esigenti, lo vedrai! Allora, più essi saranno brutti e sudici, più saranno ingiusti e rozzi, più tu dovrai amarli. Per il tuo amore, per il tuo amore soltanto, i poveri ti perdoneranno il pane che tu doni loro!”. E questa è la mia forza, è la mia gioia: stare al servizio di una realtà durissima che non mi permette di restare zitta, ma inquieta la mia coscienza e mi permette di inquietare anche la coscienza degli altri.

Suor Paola, tu sei responsabile della Casa della Carità. Che tipologia di accoglienza fa?

È un porto di mare per tutte le persone che si trovano in difficoltà. Noi offriamo il servizio mensa, il centro di ascolto, il servizio guardaroba e il servizio docce: sono i bisogni prioritari.

Poi diamo anche delle risposte a livello sanitario con l’equipe medica che collabora. E devo dire che tutto questo è possibile grazie all’interesse che ha la Diocesi di Cerignola – Ascoli Satriano, in quanto noi siamo al suo servizio. Quindi è una Diocesi sensibile che cerca di dare delle risposte a coloro che sono in difficoltà.

Recentemente è nata anche un’associazione che si chiama “Servi inutili” per accompagnare la Casa della Carità. Cosa si propone?

Essa affianca la Casa della Carità nei servizi che essa già offre e che ho già elencato; in più affianca il servizio nelle campagne con gli immigrati.

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immagine tratta da lanotiziaweb.it

Un fenomeno molto presente in quella terra è il “caporalato”. Di cosa si tratta?

È lo sfruttamento degli immigrati: i “caporali” cercano di aggregare queste persone molto fragili e sono loro che gestiscono le loro giornate lavorative. Partono dei pullmini nelle zone circostanti e poi è il “caporalato” che gestisce la paga che viene data agli immigrati. Ovviamente c’è una percentuale che prende il “caporale”.

È una situazione di sfruttamento dove la persona non esiste, non ha diritto di parola: se vuoi è così, altrimenti te ne stai a casa… se “case” si possono chiamare. Infatti chi va a lavorare ha paura di denunciare. Con il progetto “Presidio” della Caritas abbiamo cercato di invogliare a fare delle denunce, ma hanno tanta paura.

Quindi è una organizzazione potente questa del “caporalato”.

Molto.

Nonostante la nuova legge atta a contrastare il “caporalato”, approvata dal governo nel febbraio 2016?

In queste zone l’illegalità è di casa.

A questo punto sorge spontanea una domanda: c’è la presenza delle istituzioni?

Assolutamente no. Non interessano queste persone. Meno sanno, meno vedono e meno se ne occupano. Qui è presente la Chiesa.

Quindi diventa una terra di nessuno…

Una terra senza ritorno.

È angosciante…

È la realtà che tutti i giorni vivo e alla quale non riesco mai ad abituarmi. Mai! Mi sembra come se cominciassi ogni giorno per la prima volta. Perché non ci si può abituare a una realtà così assurda e vedere l’assenza delle istituzioni. Dicevo che la Chiesa è presente. Infatti, dal 2011 che sono arrivata a Cerignola, tanto lavoro in silenzio, passo dopo passo, senza mai mollare, anche quando ti verrebbe la voglia di dire “Ma che debbo fare???”.

Avverti l’impotenza, però senti di dover essere lì, con una presenza costante per dire “Io sono con voi”. È combattere una battaglia, che qualche frutto anche l’ha portato. Che cosa? Anche l’attenzione del mondo ecclesiale. Infatti la Diocesi ha comprato un terreno in questa zona, dove è già in atto la costruzione del Centro “Santa Giuseppina Bakhita” con un poliambulatorio, delle sale per fare la scuola di italiano, e altro. Ma è la Chiesa che si è fatta presente. Le istituzioni non ci sono.

Concretamente cosa serve a queste persone?

Le richieste che loro hanno sono i permessi di soggiorno, avere una abitazione dignitosa. Io vorrei che quella zona non esistesse più e che questi fratelli potessero avere un’abitazione dignitosa. Ma come si fa? Quando sono scappati dalla loro terra anche per motivi di guerra e si sono rifugiati in questi alloggi di fortuna.

È venuto qui un sacerdote di Trieste, don Roberto Pasetti, che ha fatto con i giovani un campo di lavoro. Ai giovani ha fatto tanto bene vedere questa realtà, perché non ne avevano proprio idea. Che cosa hanno fatto? Hanno pitturato un casolare, hanno disinfettato un po’ quell’ambiente. Ma è una goccia nel grande oceano.

Parli di casolari: ce ne sono una cinquantina diroccati della riforma agraria.

Sono casolari abbandonati, in cui cartoni diventano pareti e lastre di amianto si trasformano in tetti. Ripeto: sono senz’acqua, né luce, né bagni. Ma i proprietari, o i caporali, si fanno pagare fino a 20 euro al giorno. Non c’è posto per tutti. Così a fianco di alcuni casolari ci sono decine di tendine, mezze rotte, coperte di teli di plastica. E si paga anche per queste. tra mancanza di diritti, soprusi e condizioni lavorative al di sotto della dignità umana.

E in mezzo a tale degrado prende piede lo spaccio e la prostituzione.

È così. E soprattutto la prostituzione di tantissime giovani ragazze. Dove c’è povertà questi problemi convivono, ci sono.

Sei riuscita a proporre loro dei momenti comunitari.

Tutti i mercoledì il segnale è questo: io suono una campana e loro capiscono che è il momento del raduno. Iniziamo con la preghiera, dopo c’è la catechesi curata da un sacerdote in lingua inglese, poi c’è il confronto sui problemi: non abbiamo l’acqua, è finito il gas, ho bisogno di andare dal dentista. Questo è il momento dell’aggregazione della comunità, in cui accogliamo tutti i bisogni. Mentre al lunedì in due container opera l’equipe medica di volontari che possono dare l’aiuto a chi è in difficoltà per problemi di salute.

Ed è molto bello vederli pregare nella loro lingua e con i loro canti, noi nella nostra. Questo crea integrazione e comunità e loro attendono tantissimo questo momento.

Ho letto che il vescovo, mons. Luigi Renna, ha voluto festeggiare il suo 50° compleanno proprio nel vostro bar.

È stato un gesto molto, molto significativo. Quel giorno borgo Tre Titoli era in festa. Sua eccellenza è arrivato come fratello in mezzo a fratelli. Ha voluto festeggiare i suoi 50 anni in questo casolare dove c’è il bar del borgo, ed è stato un momento emozionante. Per questi fratelli aver visto che il pastore abbia scelto di festeggiare lì con loro, ha creato un clima di fiducia. Inoltre devo dire che egli è molto attento a questa realtà e ci tiene molto che i fratelli di Tre Titoli si sentano parte attiva della Chiesa locale. E questa è una grande grazia del Signore.

È un po’ nello spirito di don Tonino Bello.

Sì, proprio quello spirito di vicinanza e di prossimità.

Quale l’opera più significativa capace di far cadere i muri dell’indifferenza e di far crescere l’integrazione?

Non parlerei di opera, ma di presenza costante, perché ciò che conta per loro è creare delle relazioni significative. Loro non accettano che si vada una tantum. Quando sei con loro nel quotidiano ad ascoltarli, allora hai conquistato i loro animi. Lo dico per esperienza: i primi tempi sono stati difficilissimi perché non conoscevo la lingua, loro non conoscevano me, la diffidenza regnava sovrana. Oggi posso andare anche di notte. Sanno perché sono lì e cosa faccio.

Allora l’opera dev’essere sempre accompagnata dalla concretezza dei gesti, perché in quelle case senza luce, senza nulla, io ho sperimentato la vera comunione e la vera amicizia. Perché non hanno nulla da difendere e quindi possono dare tutto. Questa è l’esperienza più bella. Poi, se accanto a questi gesti, riusciamo a fare altro, ben venga.

Tu sei voce di coloro che non hanno voce. Cosa ti sentiresti di dire oggi a nome di quelle persone che assisti quotidianamente e in modo infaticabile?

Se dovessi proprio mettermi nei panni di questi fratelli, io avrei solo una cosa da dire: davanti a Dio non c’è differenza di persone. E tutto ciò che facciamo e che doniamo, è quello che il Signore continuamente ha donato a me. Quindi entrerei in questo spirito della gratuità: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).

Il potere cade, noi siamo al servizio e quello che facciamo, con questa voce, lo grido forte: non ho nulla più di loro, siamo uguali davanti a Dio! E allora tutto quello che si può fare per un fratello lo faccio, cominciando dal dargli dignità, dal farlo sentire a casa.

Questo è il grido che vorrei toccasse gli animi che mi stanno ascoltando: davanti a Dio siamo tutti uguali e ciò che conta è dare amore a chi incontriamo e ha avuto meno di noi.

Il tuo impegno e la tua capacità di denuncia ci fanno capire come non ci si possa e non ci si debba mai abituare nel vedere situazioni così degradate. Quindi… molto è stato fatto, ma ancora molto c’è da fare…

Molto è stato fatto, ma tantissimo c’è da fare, tantissimo! Ripeto, quella realtà non dovrebbe esistere. E per non farla esistere, dobbiamo dare il lavoro dignitoso, non sfruttato ma pagato con giustizia, dare la luce, l’acqua, i bagni. Io vorrei proprio che quella realtà cambiasse totalmente, perché non è umano vivere così.

L’auspicio è di sicuro che qualcosa cambi. Dove risiede la tua speranza?

La mia speranza risiede nella completa fiducia in Dio. Io sono certa che, come tante cose sono cambiate da quando sono arrivata, “sul monte il Signore si fa vedere, provvede” (cf. Gen 22,14): ho una grande fiducia nella Provvidenza e soprattutto che il Signore ci precede e ci accompagna sempre. La mia forza è la preghiera e l’abbandono nelle mani di Dio.